Maysa Mohamad.
Maysa Mohamad 

BLOODSTONE
Critic text by Ives Celli

Maysa Mohamad, Syrian artist, born in Damascus, lives and works in Dubai.
After having put together many art exhibitions, for the first time she arrives in Venice with her artworks that express an inner language of the cultural and social themes of her nation. A nation that since 2011 is marked by a political conflict which has generated a war. This war has shocked a population which survives to a painful loss of its own identity.
Maysa’s artworks appear real in context, which is expressed in the figurative sense, where the faces become reading of an inner world in the evident physical alterations that inhibit any expressive form.
The artist takes a path into the female soul, represented as a goddess in a bridal gown, where the symbols of ancient Babylonian civilization appear evident: the conical headpiece with the hematite stone, precious for the process of divination; in her hands the stones of an ancient game, which does not ensure the success of the event; from the inhibitory conditions of domination and oppression, which deprive the woman of all regality.
Maysa expresses herself as witness of violated lives from the right of being what life generates, in the planning of their ow function, both of mother, sister, bride, in the deep belief that every offence regulates injustice, killing modesty and the belonging to one's own sex, in the belief that nothing should impose itself to create pain and dismay.
The artist is concerned in enveloping the portraits in conditions that seem to escape reality; using bright shades where the loss shatters in uncertain patterns of alterations that deform the structures of each face, which lives the outrage of absence, for every conviction and social belonging. The roles are altered, so the physiognomies emerge improper to disperse the identities.
The women in Maysa’s artworks appear swollen from the adverse conditions of a spirit that swings inside a bloody shroud, of noble shapes and intense spirituality. The faces veiled by dull looks, appear to have no meaning, suspended in the anguish of doubt and uncertainty. The immobility of the figures expresses the introspection of the unconscious, that navigates towards the utopia of being accomplished, in the evident surrender to every type of overcoming. The artist expresses the realist and expressionistic sense in a convincing manner, devoid of rhetoric and conceptual deformation. In this sense, the artworks express the plans of a value that involves memory and history in the perpetual human and social condition of their own rights.



Maysa Mohamed

Syrian artist, live and work in Dubai, she had her bachelor at the Fine Art University in Damascus in 1984. A multi-faceted, vibrant personality, who has several television productions to her credit and recently at the last 10 years she started exhibiting her artworks. Maysa heralded the television world as a director and an anchor. The stage finds its place in her canvas to narrate the stories of the humans. She brings with her the ethos of human endeavor and the constant search, which is not hers alone. Her style reflects the expressional ‘ism’ of a silent Sufi nature. 
Since starts the war in Syria , had strong effect on her artworks and techniques, in particular after those few years she back to Syria during the first years of the war 
Her artworks has exhibited in Dubai, Cairo, Damascus and Qatar, and now she is represented by made in.. Art Gallery in Venice.

Bloodstone 
Testo critico di Ives Celli 

Maysa Mohamad, artista siriana, nasce in Damasco, vive e lavora a Dubai.
Dopo avere realizzato varie mostre d’Arte, per la prima volta giunge a Venezia con la presenza delle proprie opere che esprimono un linguaggio interiore nei temi culturali e sociali della propria nazione, che dal 2011 è segnata da una un conflitto politico che ha generato una guerra, la quale ha sconvolto un popolo che sopravvive ad una perdita dolorosa della propria identità. Le opere esposte da Maysa appaiono reali nel contesto, espresso in senso figurativo, dove i volti diventano lettura di un mondo interiore, nelle evidenti alterazioni fisiche che inibiscono ogni forma espressiva.
L’artista compie un percorso nell’animo femminile, rappresentato come dea nell’abito nunziale, dove appaiono evidenti i simboli dell’antica civiltà Babilonese; il copricapo a cono con l’incastro della pietra ematite, preziosa per i processi di divinazione; nelle mani le pietre di un gioco antico, che non assicura il compiersi dell’evento, per le condizioni inibitorie di dominio e oppressione, che tolgono ogni regalità alla donna. Maysa si esprime come testimone di vite violate dal diritto di essere quello che la vita genera, nella pianificazione della propria funzione, sia di madre, sorella, sposa, nella convinzione profonda che ogni oltraggio regola l’ingiustizia, uccidendo il pudore e l’appartenenza al proprio sesso, nella convinzione che nulla dovrebbe imporsi per generare dolore e sgomento. L’artista si preoccupa di immergere i volti dentro condizioni che sembrano sfuggire al reale, usando tonalità accese dove la perdita si frantuma dentro schemi incerti di alterazioni che deformano le strutture di ogni volto, il quale vive l’oltraggio dell’assenza, per ogni convinzione e appartenenza sociale. I ruoli vengono mutati, così le fisionomie emergono improprie, per disperdere le identità.
Le donne di Maysa appaiono tumefatte da condizioni avverse di uno spirito che oscilla dentro un sudario cruento, di nobili forme e intensa spiritualità. I volti velati da sguardi opachi, appaiono privi di un senso compiuto, sospesi nell’angoscia del dubbio e dell’incerto. Le immobilità delle figure esprimono l’introspezione dell’inconscio, che naviga verso l’utopia del compiersi, nell’evidente arresa per ogni superamento. Il senso realista ed espressionista viene espresso dall’artista in modo convincente, privo di retorica e deformazione concettuale. In questo senso le opere esprimono gli schemi di un valore che coinvolge la memoria, il ricordo, la storia nella perpetua condizione umana e sociale dei propri diritti.
  
Maysa Mohamed
Artista siriana che vive e lavora a Dubai, consegue la laurea all’Università delle Belle Arti di Damasco nel 1984. Una personalità vibrante dalle mille sfaccettature, con alle spalle una vasta esperienza in diverse produzioni televisive. Negli ultimi dieci anni ha iniziato a esporre le sue opere d’arte al pubblico. Maysa abbandona il mondo della televisione da direttrice e da punto di riferimento nel settore. La tela diventa il suo palcoscenico, dipinge per narrare le storie degli esseri umani. Porta con sé l’ethos degli sforzi e la costante ricerca di tutti gli umani, non soltanto la sua. Il suo stile riflette l’espressione “ism” della silenziosa natura Sufi. Da quando è iniziata la guerra in Siria, l’artista ne ha risentito profondamente sia nelle sue opere che nelle tecniche utilizzate: ciò si può notare, in particolare, nelle opere d’arte realizzate nei pochi anni dopo l’inizio della guerra, quando riuscì a tornare in Siria e vide l’orrore che il conflitto aveva portato nel suo paese. Ha esposto i suoi lavori a Dubai, al Cairo, a Damasco e in Qatar e ora giunge per la prima volta a Venezia,
rappresentata da made in.. Art Gallery.